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DIABETE, UN BENE DI FAMIGLIA

Mara Boselli ha partecipato al concorso “Racconta il tuo diabete”. Ecco la sua storia: 

Si dice che l'olfatto sia il senso che maggiormente faccia riaffiorare i ricordi. Quelli belli ma anche quelli brutti. L'odore che sento ora, seduta sul bordo del mio letto, mentre mio marito aspetta per spegnere la luce e metterci a dormire, si posiziona proprio in mezzo alle due categorie: quello dell'insulina.

Ho iniziato da poco la terapia con la basale, una iniezione alla sera, per provare ad abbattere i livelli di glicemia causati dal mio diabete (un po' troppo) trascurato, ma il suo sentore mi è sempre stato familiare: anche mio nonno era diabetico e, ironicamente, in famiglia diciamo che mi voleva tanto bene da lasciarmi anche quello in eredità.

Sarà che ho un naso particolarmente sensibile, ma quel determinato olezzo, forte e vago allo stesso tempo, ha accompagnato molti dei miei risvegli, dei miei pasti e delle mie messe a letto. Non credo di riuscire a descriverlo con esattezza, ma ci proverò: secondo me, anche se ora è un prodotto sintetizzato nei laboratori di ricerca, l'insulina mantiene un aroma simile a quello dei salumi, del maiale in genere (forse dovuto alle sue antiche origini animali, chissà). La mente in un attimo è nel piccolo bagno con le piastrelle del pavimento così blu che io, quando ero appena una bimba, giocavo a far finta che fosse l'oceano, quello vicino alla camera dei nonni, nella casa della mia infanzia.

Quattro volte al giorno, le luci dello specchio sopra al lavandino si accendevano e partiva un rituale che mi turbava nel profondo fatto di aghi, siringhe, delicatissimi flaconcini in vetro, batuffoli di ovatta e etere. Oh, l'etere: altra puzza che mi entrava nelle narici e mi stordiva (ho scoperto solo molti anni dopo che c'erano persone, un tempo, che facevano la stessa cosa, ma volontariamente). Perché mio nonno lo usasse ancora negli anni '80 rimane per me un mistero: non sarebbe stato più comodo, e meno fetido, un qualsiasi altro disinfettante?

Ma il nonno era un tipo metodico: ha sempre e solo letto il Corriere, sempre e solo portato la riga da una parte e sempre solo indossato camice senza bottoncini sul collo. Oltre che essere un tipo metodico, era anche molto amato; già, perché nonostante tutta quella storia delle punture mi spaventasse a morte, ci leggevo dietro un gesto di profondo affetto. Mio nonno non ha mai imparato a farsi l'insulina da solo (e l'ha dovuta assumere per oltre 50 anni), così, era mia nonna che con pazienza e amore gliela iniettava  tutte le volte che ne aveva bisogno. Erano buffi, da un lato: lui non si faceva le punture, quindi gliele faceva lei, ma lei non le sapeva preparare, quindi lui organizzava il tutto su una salviettina che tenevamo appositamente nel cassetto del mobile in bagno e poi la chiamava per la somministrazione.

Forse è anche questo l'amore: compensarsi. Dopo l'innamoramento, dopo la passione, dopo 60 di vita insieme, quello che ti rimane è la compensazione l'uno dell'altro: lei gli faceva le punture e lui le infilava le calze al mattino; lui la aiutava con le borse della spesa e lei gli cucinava i suoi piatti preferiti. Platone, Il Simposio, il mito delle metà, non è proprio questo il segreto per una vita felice?

Da bambina non capivo come mio nonno potesse veramente avercela, una vita felice: mai  una bella fetta di torta, mai una caramella o un gelato nei lunghi pomeriggi d'estate. E neanche mai un bel piattone di spaghetti al ragù: tutto era dosato con minuzia e quelle verdure bollite, che, invece, poteva mangiare in quantità, mi mettevano una tristezza...

Io ho scoperto di essere affetta da diabete di tipo 2 a 17 anni. Purtroppo, non ho mai goduto di buona salute, ero già ipertesa e sovrappeso, ma quella era la prima diagnosi che mi facesse paura. Forse, perché sapevo a cosa sarei andata in contro, o forse, perché non lo sapevo del tutto. Il primo mio cruccio è stato proprio per il cibo: non avrei più potuto sbafarmi tutto ciò che mi pareva, come invece avevo fatto fino a quel momento. Alcuni bravi medici mi hanno spiegato che la cattiva alimentazione e la scarsa attività fisica sono fra le prime cause di insorgenza della malattia e che bisogna applicarsi perché dieta e ginnastica siano strumenti efficaci ai fini di tenerla sotto controllo, ma ci è voluto parecchio tempo prima che la lezione mi entrasse in testa.

Quasi quindici anni, a dirla tutta.

In questo lunghissimo periodo, ci sono stati momenti in cui diligentemente seguivo le istruzioni degli specialisti (e anche il buon senso), ma il più delle volte trovavo scuse per infrangere uno stile di vita adeguato, indispensabile per un diabetico. Mangiavo ciò che mi pareva, l'attività sportiva in cui eccellevo era il salto sul divano e spesso non assumevo i farmaci che mi avevano prescritto.

Circa due anni fa, però, mi sono sposata (e il caso ha voluto che anche mio marito fosse diabetico): stiamo cercando di avere dei bambini, ma la prima cosa da sistemare è il diabete. Ci hanno suggerito di non provarci nemmeno, finché glicemia e glicata non si abbassano a livelli accettabili e, no, una glicata a 12,2 non è affatto un livello accettabile. Intraprendere una gravidanza ora significherebbe mettere in pericolo la mia vita, ma soprattutto far correre rischi al nostro bambino: morte in utero, handicap gravi e altre terribili scene sono quelle che ci hanno prospettato.

Mi sono messa d'impegno, dunque, perché ora ho la spinta giusta per seguire i dettami dei medici. Alla terapia orale, con glucazide e metformina, abbiamo aggiunto l'insulina basale e, già dopo alcuni mesi, la mia situazione sta migliorando: ho perso peso e sia la glicemia a digiuno, sia la glicata si sono abbassate; ora attendiamo con fiducia le prossime analisi del sangue per confermare la discesa.

Devo confessare che quando mi hanno comunicato di voler inserire l'insulina nella terapia ho avuto paura: ricordavo il nonno, sempre legato alle siringhe, a dover cercare un frigorifero dove poter conservare le fiale. Ora, per fortuna, non è più così: è tutto molto meno traumatico e invasivo. Al centro per diabetici mi hanno consegnato gratuitamente un glucometro e tutto il materiale necessario per testare la glicemia capillare; inoltre mi hanno spiegato, con semplicità e pazienza, come utilizzare la penna dell'insulina.

La tengo nel cassetto del comodino. Tutte le sere, predispongo le mie unità e me le inietto in modo rapido e autonomo; ogni tanto appare qualche piccolo livido sulla pancia, ma se non fossi io a iniettarmi la soluzione, dubiterei della mano, talmente è insignificante la sensazione di puntura.

Non è esattamente una cosa piacevole, lo ammetto, e ne avrei volentieri fatto a meno, ma in questa vita capitano cose molto più brutte.

E poi, quando ritappo l'ago appena utilizzato e richiudo la penna, appena prima di sdraiarmi al buio, aspettando il bacio della buona notte di mio marito, ripenso a mio nonno e so che tutto andrà bene.

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