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COME IL DIABETE LA MONTAGNA

L’incontro col Monte Bianco tra sogno e realtà

Partimmo dall’albergo alle dieci del mattino, diretti alla funivia del Mont Blanc che ci avrebbe riportato in quota ai 3.300 metri.

[…] Una volta arrivato in cima, fui sorpreso da un panorama che mi lasciò letteralmente senza fiato. Le cime sognate decine di volte da ragazzo, ammirate solo dalla valle, o dal finestrino di un aereo, si mostravano adesso in tutta la loro eleganza: Il dente del Gigante, con la cresta di Rochefort alla mia destra, il ghiacciaio della Vallèe Blanche davanti a me, e molto più in alto, a un passo dal cielo, la vetta del Bianco.

Entrai in quel mondo con timore quasi reverenziale, camminando adagio ma senza ripensamenti, deciso a vivere una avventura tra sogno e realtà che avrebbe cambiato la mia vita.

L’imprevisto e la paura

Il mattino dopo, sei ore di cammino e 1.600 metri di dislivello verticale. Eravamo ormai a poche centinaia di metri, quando un boato improvviso alle nostre spalle fermò i nostri cuori, ci voltammo in tempo per assistere alla caduta di un enorme seracco: un blocco di ghiaccio che dal versante estremo del ghiacciaio si staccava precipitando a valle.

Il rumore che accompagna questi naturali distacchi è terrificante. “Benvenuti sul Bianco” fu il commento di Paolo, profondo conoscitore delle severe leggi di questa montagna, dove il distacco improvviso di seracchi a qualsiasi ora del giorno e della notte, e la presenza di profondi crepacci nascosti alla vista da sottili ponti di neve, rappresentano dei pericoli costanti che rendono questo un terreno infido e pericoloso per gli uomini che vi si muovono; un terreno dove cautela esperienza e conoscenza del territorio risultano essere fattori vitali. Assistendo attoniti a questo terrificante spettacolo della natura ci sentiamo improvvisamente indifesi, come naufraghi sopra un mare di ghiaccio.

[…] Nonostante il ripetersi di questi tragici eventi, noi alpinisti decidiamo di frequentare questi territori, consapevoli del rischio che stiamo correndo, confidando nella generosità della natura, o nella preghiera ad una entità superiore, affinché trattenga ancora quella massa di ghiaccio in precario equilibrio sopra le nostre teste. Questa volontaria esposizione al pericolo, agli occhi di un non alpinista potrà sembrare folle: quale forza ci spinge ad affrontare dei rischi del genere senza esserne obbligati? L'alpinista è consapevole dei rischi che corre, non è un matto votato alla morte, adotta quasi sempre le più concrete e moderne misure di protezione.

La montagna come il diabete

L’alpinista vuole vivere, e sceglie di farlo tenendo in mano il proprio destino, consapevole della propria fragilità, scegliendo quali rischi correre, che direzione dare alla sua vita, imparando a conoscere e rispettare sé stesso e la natura che lo circonda.

Per noi diabetici, poi, questa passione assume un significato ancora più alto: vivere la montagna in sicurezza vuol dire arrivare a conoscere a fondo noi stessi e i complessi meccanismi del nostro metabolismo per riuscire a utilizzare al meglio le nostre limitate risorse. Questa fatica, questo impegno continuo possono cambiare il nostro modo di vivere il diabete, trasformando quello che dagli altri, i “sani”, è visto come un handicap, in una opportunità di crescita e di miglioramento continuo, che consente di avere quella marcia in più per gestire la nostra condizione serenamente e consapevolmente, potendo arrivare in cima al Bianco, o dovunque ci spingano i nostri desideri, facendo affidamento sulle nostre capacità.

La storia è tratta da Il Racconto Bianco di Claudio Molaioni, disponibile in ebook su Amazon

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